Uno sguardo nel mondo

COME IL RESPIRO
IL DOCUMENTARIO IRANIANO
TRA STORIA, MUSICA E POESIA

a cura di Italo Spinelli

Il primo film della storia del cinema iraniano è stato girato nel 1900 da un operatore al seguito del monarca Reza Shah in Belgio, in occasione della festa dei fiori a Ostenda. Come le prime visioni della maggior parte delle cinematografie nascenti anche queste sequenze iraniane sono brevi documentari, in presa diretta sulla realtà dell’epoca. Il cinema del reale iraniano è alla base dell’identità culturale del paese. Nel cuore degli anni 60 il regime dello Shah allestì delle strutture di produzione per favorire lo sviluppo del documentario, contando su questo strumento per fare propaganda politica. È in questo modo che si è sviluppato il documentario su commissione, di pari passo con i film di finzione finanziati da capitali privati e girati negli studios di Tehran. I documentaristi erano funzionari stipendiati da varie organizzazioni statali: il Ministero della Cultura e delle Arti, la Televisione nazionale, l’Istituto per la donna e altri tra cui l’Istituto per lo sviluppo intellettuale dei bambini e degli adolescenti. In questo istituto, il Kanun, all’avanguardia per metodi pedagogici, Abbas Kiarostami fondò nel 1969 il dipartimento cinematografico che si rivelerà essere uno dei luoghi di sperimentazione della “nouvelle vague” di cineasti iraniani apparsi agli inizi degli anni settanta, prima della rivoluzione.

L’antecedente, il primo documentario d’autore iraniano è “La casa è nera”, realizzato nel 1962, girato nel lebbrosario di Tabriz, porta la firma della maggiore poetessa iraniana del XX secolo, Forough Farrokhzad, che ne scrisse i testi, diresse le riprese ed editò il documentario, anch’esso commissionato da una organizzazione statale, l’Associazione per i malati di lebbra. Abbas Kiarostami, molti anni dopo la morte prematura della poetessa, le renderà omaggio dando ad uno dei suoi film il titolo di una sua poesia: “Il vento ci porterà via”.

Le autorità concedevano il materiale, le camere e le pellicole 35mm dopo aver visionato le sceneggiature del film. In linea di massima i periodi di riprese erano brevi, mai oltre la settimana, e si svolgevano in esterni naturali con troupe ridotte, senza che fosse esercitato nessun tipo di controllo durante questa fase. Ma, nella maggior parte dei casi, i film non venivano diffusi, se la censura stabiliva che si fossero allontanati dal progetto iniziale, o se restituivano un immagine non positiva del paese. I fermenti politici, ideologici o morali che emergevano venivano quindi immediatamente messi sotto chiave. Riscoperti, quasi quarant’anni dopo, i documentari degli anni 60 appaiono come il luogo di espressione privilegiato del cinema d’autore iraniano: sono le impronte della ricerca formale di una generazione che rappresenterà in modo stilizzato la brutalità della realtà, mescolando arte e esistenza.
 

ROADS
di Abbas Kiarostami

L’utilizzo di immagini fotografiche fisse e sequenze in movimento, caratterizza anche Roads di Abbas Kiarostami, documentario che trae dalla realtà del paesaggio la definizione stessa del nuovo corso del cinema di Kiarostami.

Un documentario in cui la purezza delle immagini statiche magicamente si trasforma in movimento, testimoniando un attenzione stupefacente e stupefatta per la natura, una misura impareggiabile nell’alternare fotografie, voce, poesia contemporanea iraniana e musica, attraverso il percorso di strade, sentieri, tracce, fino ad una immagine inattesa drammatica, finale.

 

La Festa del documentario HAI VISTO MAI è stata lieta di presentare
la mostra di fotografia del regista ed artista Abbas Kiarostami
quale espressione di diversa forma d’arte

LE STRADE DI KIAROSTAMI
a cura di Elisa Resegotti

Il paesaggio è una costante in tutte le fotografie di Abbas Kiarostami, e, molto più della rappresentazio-ne di un luogo, è una riflessione interiore, un pensiero, una poesia. Il percorso fotografico di Kiarostami è assolutamente personale e legato al suo bisogno di fissare il momento per farne partecipe l’altro, come ripete ogni volta che gli viene domandato da cosa nasca la sua esigenza di fotografare.

Kiarostami regista, il “domatore dello sguardo”, che impunemente effettua una contraffazione della realtà per ottenere un’immagine cinematografica più efficace, quando invece fotografa non interviene, non inventa una realtà fittizia, si lascia guidare dalla natura, ma poi posa lo sguardo su un’immagine che forse vede solo lui.


kiarostami

L’inquadratura di Kiarostami, perfettamente sintetizzata in parole nelle sue poesie, è sempre essenziale, ma mai povera, e sempre studiata nel minimo dettaglio. Molte delle sue foto sono il risultato di innumerevoli viaggi negli stessi posti e in diverse stagioni, nel corso degli anni. Kiarostami ci ricorda sempre che tutto è “il momento” e il linguaggio della fotografia non ha bisogno di parole. E nel suo caso neppure di didascalie. La sua realtà è vicina alla realtà, ma non va mai confusa con essa. Kiarostami infatti non indica mai la data, né il luogo in cui le fotografie sono state scattate. Il momento esiste nel suo sguardo e rivive nello sguardo di chi osserva l’immagine. Ogni visitatore è sollecitato a creare un suo percorso attraverso i paesaggi, lungo le strade, ai piedi degli alberi e libero da ogni indicazione, può interpretarle come crede.

Ogni mostra de Le strade di Kiarostami con le collezioni del Museo Nazionale del Cinema di Torino è come una tappa di un percorso che si snoda, come suggerisce il titolo, e a ribadire l’ universalità dell’ artista, lungo le strade di tutto il mondo.

E. Resegotti

 

THE INFIDELS
di Bahman Kiarostami

I documentaristi iraniani testimoniano anche la persistenza di una gloriosa e unica identità culturale, nella quale la realtà è sempre stata filtrata dalla spiritualità.

Bahman Kiarostami, figlio di Abbas, documenta con The Infidels la varietà delle fedi che si sono incrociate nel corso del tempo in Iran, accompagnate da tradizioni di musica e canti e che hanno dovuto confrontarsi, durante la rivoluzione islamica, con i dettami del nuovo corso. Come nel caso dei Godars, artisti - zingari originariamente animisti, costretti a convertirsi, ma considerati ancora infedeli a causa del desiderio di conservare le proprie tradizioni e identità.


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ROUGH CUT
di Firouzeh Khosrovani

La grande eredità del cinema documentaristico iraniano degli anni 60 ha avuto nell’ultima decade una straordinaria ripresa, grazie al talento di giovani filmmakers che hanno raccontato la diversità e la ricchezza del loro paese, in un mondo in profonda trasformazione che vede l’Iran al centro di un confronto spesso drammatico tra oriente e occidente.

Il documentario Rough Cut di Firouzeh Khosrovani traccia, dal periodo precedente alla rivoluzione islamica fino ad oggi, la storia dell’arbitraria imposizione e della rimozione di un capo d’abbigliamento che nasconde il corpo femminile. Racconta come i manichini femminili nelle vetrine di Tehran diventino oggetto di controversie. Anche se non esistono regole specifiche su come debba essere rappresentato il corpo umano nella Repubblica Islamica, i guardiani incaricati della difesa della “moralità nei luoghi pubblici” hanno deciso che l’esposizione dei manichini nelle vetrine dei negozi d’abbigliamento viola lo spirito del Corano che proibisce la rappresentazione delle forme umane, soprattutto di quelle femminili. La regista, attraverso le struggenti immagini della mutilazione dei manichini e i problemi dei commercianti relativamente ai divieti imposti, riflette con misurata oggettività sulla condizione femminile mutilata e sulle insolute contraddizioni che percorrono l’Iran odierno. Il film si chiude, ancora una volta, con i versi di Forough Farrokhzad, la più audace tra le poetesse iraniane, la prima ad aver osato parlare del suo corpo e della sua femminilità.



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